Il buongiorno dalla COP26 di Daniele Pernigotti – Per quegli sporchi trenta denari…

Puntualmente a ogni COP c'è chi manifesta grande soddisfazione perché i paesi ricchi, causa del problema, hanno finalmente deciso di supportare economicamente i paesi poveri, che pagano le conseguenze dello stesso problema, con aiuti molto sostanziosi.

Ma, e c'è sempre un "ma" quando si prospettano delle soluzioni comuni sul cambiamento climatico, si sta in realtà parlando da molto tempo degli stessi soldi, che però non arrivano mai.

Dobbiamo riavvolgere un attimo il nastro temporale del negoziato per tornare alla famosa COP15 del 2009 a Copenhagen. La COP delle grandi aspettative elevate al cielo da più parti, che si è fracassata miseramente al suolo con un rumore sordo e cupo. Centinaia di Capi di stato e di Governo si erano presentati per la prima volta a una COP, tra cui il neoeletto Barack Obama che prometteva un cambio di passo radicale.

Yvo de Boer, l'allora Segretario esecutivo dell'UNFCCC, sosteneva con forza che non ci poteva essere un Piano B alternativo a un accordo da raggiungere alla COP di Copenaghen. Proprio in quella occasione gli ambientalisti deformarono quella dichiarazione per creare il nuovo slogan, ancora oggi così spesso utilizzato, per sottolineare come la situazione fosse ancora più grave dal momento che non c'è un "pianeta B".

In quella COP arrivò anche la promessa di offrire 30 miliardi di dollari in aiuti economici ai paesi poveri, per azioni di mitigazione e adattamento, come una sorta di compensazione al fallimento politico del negoziato. Un numero che ricordava troppo i 30 denari biblici, simbolo del tradimento di Giuda, tanto da stimolare il Capo delegazione di Tuvalu a usare questo storico parallelo per motivare il suo rifiuto per un accordo vuoto in termini di contenuti e che per lui sarebbe significato il tradimento del proprio popolo, sempre più minacciato dall'innalzamento del livello degli oceani, per quei miseri 30 denari.

Nel Copenhagen Accord era stabilito anche che questi aiuti economici sarebbero dovuti aumentare nel tempo, fino a raggiungere i famosi 100 miliardi di dollari annui nel 2020.  Il problema, però, è che questo tetto non è ancora stato raggiunto e le stesse modalità di quantificazione di questi aiuti sono oggetto di polemica, perché a volte si "vestono" da aiuti  a sfondo climatico soldi che in realtà erano destinati ad altre voci di cooperazione internazionale.

C'è poi il tema del Warsaw mechanism, che chiede d'introdurre delle modalità di aiuto "Loss and damage" per chi ha già sofferto i danni del cambiamento climatico. Il meccanismo è stato stabilito nella COP polacca del 2013, dopo il toccante intervento di Yeb Sano, il negoziatore filippino, che a soli tre giorni di distanza dal super tifone Hayan con voce spezzata dall'emozione ha raccontato dell'immane tragedia di un evento climatico estremo che, si capirà poi, ha causato oltre 6.000 morti e ha colpito 10 milioni di persone. La stessa emozione con cui ieri Marinel Ubaldo, l'attivista filippina di Aksyon Klima Pilipinas & Ecological Justice e una delle sopravvissute ad Hayan, ha ricordato a otto anni esatti dall'evento devastante come il tema del Loss & Damage non sia minimamente considerato tra i possibili capitoli di spesa dei famosi 100 miliardi annui e non trovi neanche spazio tra i punti in agenda della COP.

E non si pensi che questo tema riguardi solo alcuni sfortunati paesi in via di sviluppo, perché ormai anche il mondo sviluppato è pesantemente toccato dai danni del cambiamento climatico. Lo ha ricordato Jo Dodds, presidentessa dell'associazione australiana Bushfires Survivors for Climate Action, che nel 2019 ha vissuto l'esperienza degli incendi del bush della sua regione, in cui sono morte 400 persone soffocate dai fumi degli incendi e sono state colpite 3.000 case. I politici del suo paese, le cui politiche sono fortemente influenzato dalle lobby del carbone, l'hanno invitata a stare zitta, ma lei chiede che chi ha toccato con mano questi eventi estremi possa essere ascoltato dai negoziatori della COP, per far si che la realtà entri con forza nella discussione politica dai mille equilibrismi asettici.
Pensiero che in qualche modo è vicino a quello di Ed Milliband, rappresentante dell'opposizione parlamentare britannica, che nei giorni scorsi ha affermato come sia stato un errore non far parlare Greta all'interno della COP, dove lo spazio per oratori di eccezione, come Al Gore e Barack Obama, non manca.

Sembra quasi che il castello voglia sempre più chiudersi su se stesso... mentre fuori il mondo continua a bruciare e sempre più persone gridano all'incendio.

Vi ricordiamo che oggi pomeriggio alle ore 17.00 si terrà, diretta da Glasgow, il 51° appuntamento del Tea Corner dedicato agli ultimi aggiornamenti dalla COP26.

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