Il buongiorno dalla COP26 di Daniele Pernigotti – Il famoso articolo 6

L'obiettivo principale della COP26 di Glasgow è di rendere operativo l'articolo 6 dell'Accordo di Parigi. Si tratta di un nodo complicato che si sta cercando di sbrogliare ancora dalla COP di Marrakech del 2016 ed è l'unico articolo ancora aperto dell'intero accordo. L'articolo è rivolto ai meccanismi di mercato e gli aspetti spinosi da risolvere riguardano tre sottopunti fondamentali: il 6.2, 6.4 e 6.8. Per cercare di capire dove stiano le difficoltà tecniche che impediscono una soluzione rapida e condivisa, ho cercato aiuto da un negoziatore esperto che lavora in modo specifico su questo articolo da molti anni. Di ritorno ho ricevuto la descrizione di una situazione non del tutto chiara neanche per chi negozia, dove sembra davvero ancora lontana l'identificazione di un percorso comune, anche se le strade della COP sono sempre sorprendenti e la soluzione arriva spesso quando tutti la considerano impossibile. Viste le difficoltà dichiarate su questi punti da parte di chi negozia, spero in anticipo nella comprensione di chi legge per le inevitabili inesattezze che seguiranno in questo tentativo di fare chiarezza e in cui semplificherò inevitabilmente in modo brutale tutta la complessità delle posizioni in gioco.

Partiamo dall'art. 6.2, che per semplicità lo identifichiamo come quello dedicato all'ET, o emission trading. Attenzione non facciamo qui riferimento all'EU ETS, lo strumento principe della Commissione europea che ha creato il mercato europeo di scambio delle quote di CO2. Si tratta del sistema di ET tra paesi che era previsto anche dal Protocollo di Kyoto, ma che ha in realtà ha trovato in passato un'applicazione limitata. La logica di fondo è che un paese A (in genere parte del gruppo dei paesi ricchi) possa promuovere delle iniziative di riduzione in un paese B (in via di sviluppo), ricevendo in cambio al supporto economico al progetto la controparte di quote di riduzione delle emissioni da "scontare" nell'inventario nazionale di A.

Il 6.4 possiamo invece assimilarlo alla logica del CDM (Clean Development Mechanism) del Protocollo di Kyoto o, in altre parole, della realizzazione di specifici progetti di riduzione delle emissioni di GHG. Non è ancora chiaro se questa possibilità dovrà essere limitata alle sole "parti" A e B o essere estesa anche ai privati, ma porterà in ogni caso a sua volta alla generazione di crediti di emissione da utilizzare da parte de soggetto investitore. Si noterà una certa similitudine tra i due casi, ma mentre l'ET punta allo sviluppo di azioni concordate tra A e B, il CDM vuole favorire la libera iniziativa, all'interno di un sistema di regole concordate, del proponente.

Quando chiedo al negoziatore lumi sull'art 6.8, ricevo come risposta un'alzata di spalle. "Quello sui non-market approaches", chiarisce, "è un articolo voluto dalla Bolivia, ma sinceramente per molti di noi non è ancora chiaro quali finalità abbia in particolare". Provo a scavare un poco nella memoria, fino a ricordare che la Bolivia a Parigi si era opposta ai meccanismi di mercato per ragioni politiche, con la volontà di non voler far entrare il mercato su un tema che riguarda l'intero pianeta globale. Il ricordo mi porta immediatamente indietro al 2009 quando l'allora Presidente Morales accusava, in plenaria a Copenhagen, il capitalismo di essere la causa del cambiamento climatico. Nella stessa occasione, il Presidente Venezuelano Chavez, declamava che se il clima fosse stato una banca sarebbe stato salvato immediatamente. Si era allora freschi della crisi economica e finanziaria mondiale del 2008 ed era inevitabile constatare con una certa amarezza che in quel discorso vi era un fondo di verità. Probabilmente per lo stesso motivo la brava e battagliera capo delegazione boliviana aveva voluto il "no market mechanism". Il problema oggi è che la distanza tra le comprensibili ragioni politiche e l'attuazione pratica si traduce nella difficoltà di rendere operativo questo articolo. Quindi per il momento siamo costretti a parcheggiare ogni ulteriore analisi sul punto 6.8.

Fatto il quadro della posta in gioco, vediamo ora alcune delle posizioni che rendono più difficile questo accordo, tenendo presente che ieri sono iniziati gli incontri ministeriali bilaterali e tra gruppi di paesi, per cui ogni singola parola potrebbe essere già vecchia nel momento stesso in cui viene scritta.

Un primo punto che sembra essere inaccettabile ai più è la logica del doppio conteggio, promosso dal Brasile. Ipotizziamo che A voglia promuovere un'azione di protezione delle foreste del paese B (Brasile), tenendo però conto che al momento non è ancora sicuro se le azioni sulle foreste (come il REDD+) entreranno nei meccanismi di mercato dell'art. 6. Il Brasile vorrebbe che la riduzione di CO2, in questo caso il maggiore assorbimento di questo gas dall'atmosfera, possa essere contabilizzato sia nell'inventario nazionale di A che di B. Non è necessaria una particolare inclinazione alla matematica per comprendere come questo conto non torni nel bilancio complessivo delle emissioni per cui è visto come un boccone troppo grosso da ingoiare per la maggior parte dei negoziatori.
Altro punto critico è la volontà di trasferire i crediti accumulati con i meccanismi in essere con il protocollo di Kyoto (es. CDM) nel nuovo sistema. È altrettanto evidente che caricare nello zaino del nuovo Accordo di Parigi i crediti generati nel vecchio Protocollo di Kyoto porterebbe inevitabilmente ad avere un surplus che creerebbe una distorsione del mercato dei crediti regolamentato già nella sua fase di avvio. C'è poi il tema della quota parte di valore economico del mercato del carbonio, per definizione focalizzato sulla mitigazione (leggi riduzione) delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), girare a favore degli interventi di adattamento.Infine, c'è il tema della quantità di crediti da bruciare (tecnicamente "annullare" o "ritirare") a ogni transazione. Perché il mercato dei crediti sarebbe di per se a bilancio zero, andando potenzialmente ogni azione di riduzione a compensare quella di una nuova maggiore emissione. Il meccanismo arriverebbe ad avere invece sempre un beneficio in termini di emissioni se a fronte della generazione di 100 tonnellate di credito di emissione, si potessero "bruciare" un po' di questi certificati, utilizzandone un numero minore per compensare delle emissioni di GHG. Infatti, i certificati bruciati rappresenterebbero in questo caso il beneficio netto in termini di riduzione globale delle emissioni. Per questo motivo i rappresentanti del gruppo AOSIS (Alliance of Small Island States), pesantemente impattati dal cambiamento climatico e dall'innalzamento degli oceani, vorrebbero portare questa quota fino al 20%.

Questi solo alcuni punti condivisi con un singolo negoziatore nel tempo di un caffè, ma è facile immaginare quanto la situazione aumenterebbe di complessità sentendo il punto di vista dei centinaia di esperti chiamati a trovare a una soluzione per l'art. 6, anche se quanto abbiamo appena visto è già sufficiente a creare qualche disturbo del sonno a molti di noi.

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