Certificazioni ambientali: quali possibili distorsioni in un sistema “delicato”?

Organismi di accreditamento che non accreditano, collaborazioni professionali tra controllante e controllato e commistione tra attività di verifica e quella di supporto alle aziende sono alcune delle situazioni più critiche del panorama delle attività di verifica in campo ambientale. Mettere in luce gli elementi di debolezza del sistema di garanzia esistente diventa un’attività essenziale alla luce della creazione dell’Ente unico di accreditamento italiano, attesa per il 2010, al fine di individuare le adeguate soluzioni a tutte queste criticità.

Svezia e Giappone

Due anni fa il Ministro del Commercio svedese e poi quello della Cultura hanno rassegnato le proprie dimissioni dopo la scoperta che non avevano pagato il canone TV ed i contributi alle collaboratrici domestiche.

L’anno scorso il ministro dell’Agricoltura del governo giapponese di Abe si è tolto la vita dopo aver perso il proprio onore in seguito al suo coinvolgimento in uno scandalo finanziario.

Senza arrivare a tanto, visto che l’Italia non è la Svezia e tanto meno, verrebbe da dire “per fortuna”, il Giappone, può essere interessante chiedersi quale sia il livello di indipendenza e trasparenza degli organi di garanzia che operano in materia ambientale.

Emission trading

Si prenda ad esempio il sistema dell’Emission Trading nazionale.

L’Italia è rimasta uno dei pochi paesi a non avere ancora realizzato un sistema di accreditamento nazionale e ad oggi gli organismi che si recano nelle aziende, per verificare la correttezza delle quantità di emissioni di CO2 dichiarate, operano sulla base di un semplice riconoscimento.

Può sembrare una pura sottigliezza terminologica, ma vi è invece un’importante differenza di sostanza.

L’accreditamento è un percorso di verifica, sia dal punto di vista documentale che attraverso degli affiancamenti in campo, della reale capacità del certificatore di garantire la corretta conduzione del processo di verifica.

Ciò significa effettuare un’attenta valutazione della sua capacità di fornire precise garanzie in termini di indipendenza di giudizio, di autonomia economica e di competenza del personale, al fine di poter arrivare alla formulazione di un parere affidabile di conformità.

In Italia tutto ciò non è ancora avvenuto e i verificatori stanno operando sulla base delle loro pregresse esperienze, come se la loro autorizzazione ad operare fosse stata effettuata sulla base della presentazione di una sorta di curriculum professionale.

Ciò ha portato alla presenza nel mercato di soggetti con provenienze molto lontane tra di loro, quali i certificatori ISO 14001 da una parte e chi conduce le verifiche dei bilanci economici, dall’altra. La contestuale presenza di operatori che provengono da esperienze così diverse, lascia aperti dei seri dubbi sulla possibilità di garantire un approccio effettivamente omogeneo per questo tipo di verifiche.

Non occorre certamente sottolineare la criticità che ciò riveste nell’ambito dell’Emission Trading, considerate le conseguenze economiche che sono legate alle verifiche delle emissioni di CO2.

Ad aggravare il quadro si segnala come lo stesso Ministero dell’Ambiente utilizzava come propri consulenti tecnici per i cambiamenti climatici personale in capo ad uno di questi verificatori, trovandosi così nella scomoda situazione del controllore che riceve un supporto esterno proprio da uno dei soggetti che dovrebbero essere da lui controllati.

ISO 14001 ed EMAS

Anche il fronte delle certificazioni dei Sistemi di Gestione Ambientale (SGA) presenta alcune criticità significative.

Sul fronte del Regolamento EMAS, vi sono situazioni in cui del personale di ISPRA (ex APAT) addetto ad effettuare attività di accreditamento verso i verificatori EMAS, svolge poi attività professionale in campo con uno dei soggetti sottoposti al suo controllo.

Verrebbe a questo punto da chiedersi se non è il caso di avviare una rapida riflessione sul sistema di accreditamento nazionale, considerato anche che il Regolamento 765/2008 prevede che dal 1 gennaio 2010 ogni nazione della Ue operi attraverso un Ente di accreditamento e vigilanza unico.

Il naturale candidato per questo ruolo sembrerebbe essere il SINCERT o meglio FIDEA, il soggetto che sta unendo l’esperienza di SINCERT e SINAL e dovrebbe arrivare ad includere anche il SIT.

Anche il SINCERT però dovrebbe riuscire a dare dei segnali forti di credibilità del sistema, che con la certificazione ISO 9001 ha perso un po’ di terreno. Già da queste pagine è stata in passato richiesta un’azione decisa verso le certificazioni rilasciate all’interno della galassia dei finanziamenti della 488, ma un altro tema che deve trovare delle risposte urgenti è quello della commistione tra attività di consulenza e quelle di certificazione, affrontato più avanti.

ARPA

Altro tema critico è quello del ruolo delle ARPA, soggetto deputato ad attuare attività di sorveglianza e vigilanza sul territorio. Alcuni di questi soggetti regionali, quali quella dell’Emilia Romagna e della Toscana, hanno svolto un’attività encomiabile in termini di promozione della registrazione EMAS sul territorio, portando le proprie regioni in testa alle classifiche di diffusione dell’EMAS su base nazionale.

Una simile attività è degna di nota se si considera che in altre realtà, come per il Veneto dove a livello di uffici della Regione non esiste nemmeno un referente per l’EMAS, la promozione è stata così inconsistente da portare ad una perdita percentuale delle registrazioni EMAS, rispetto alle stesse quote di mercato a livello nazionale presenti per la ISO 14001 (tab. 1).

L’approccio proattivo si è, però, spinto talvolta tanto in avanti da invitare ad una riflessione sul ruolo che sta iniziando ad assumere l’ARPA stessa.

Vi sono, infatti, situazioni in cui è arrivata a svolgere attività se non di consulenza diretta, quanto meno di promozione e partecipazione in progetti in cui era inclusa l’attività di consulenza.

Il coinvolgimento troppo stretto con le attività dei soggetti che sono poi sottoposti ad un ipotetico controllo alimenta delle perplessità in termini di gestione dell’indipendenza del processo.

Ancora più critica, se vogliamo, è la scelta di alcune ARPA di svolgere attività di analisi come un normale laboratorio privato.

Oltre al rischio di provocare una sorta di distorsione della concorrenza, avendo ovviamente un Ente di controllo una maggiore visibilità rispetto ad un laboratorio privato e dei vincoli diversi in termini di competitività economica (i tariffari dell’ARPA sono visibili in internet), si pone un dubbio a cui personalmente ritengo sia molto difficile dare risposta.

Come comportarsi, ad esempio, qualora si rilevi il superamento di un parametro in un’analisi di uno scarico idrico, nel corso di un’analisi commissionata ad ARPA dall’azienda “cliente”? Parte una denuncia in quanto un Uffciale di Polizia Giudiziaria viene a conoscenza del superamento di un limite di legge, o non viene fatta alcuna segnalazione, rischiando il soggetto pubblico in questo caso l’incriminazione per omissioni in atti di ufficio?

È giusto però precisare come la responsabilità di queste scelte operative che potrebbero essere definite come “troppo dinamiche” non può essere imputata in toto alle ARPA. In parte ciò è riconducibile alle richieste che giungono loro dalle rispettive Regioni di raggiungere un bilancio in pareggio. Ovviamente una richiesta di questo tipo per un soggetto che è deputato al controllo, quindi ad un’attività che per definizione rappresenta un costo pubblico necessario per dare delle garanzie al cittadino, presuppone uno snaturamento della sua funzione ed è da chiedersi se non sia necessario attuare quanto prima un cambio di direzione su questi aspetti.

Gli Enti di certificazione

Il tema della credibilità trova però la sua massima area di attenzione proprio negli Enti di terza parte. Potremmo, infatti, interpretare il rilascio di un certificato come la decisione di abbinare il proprio logo a quello dell’azienda verificata, offrendo così quale garanzia al mercato proprio la credibilità che questi soggetti indipendenti hanno acquisito nel tempo.

Un Ente di certificazione che eroga un’attività di consulenza, pur se in aziende che non ha precedentemente certificato, è come se decidesse di operare in un’area di alto rischio per la propria credibilità.

Ma gli Enti che decidono di offrire servizi di consulenza ad organizzazioni che sono state da loro precedentemente certificate getta questa credibilità nel cestino perché, come dicono le regole dell’accreditamento, viene a crearsi un conflitto di interessi inaccettabile.

In questi casi è probabilmente da mettere in discussione il generale accreditamento dell’Ente, andando oltre all’episodio o allo schema di certificazione specifico.

Bisogna, comunque segnalare come talvolta siano gli stessi Enti pubblici a spingere gli Enti di certificazione verso la fornitura di servizi consulenziali.

Emblematico un caso verificatosi recentemente, in cui un funzionario dell’ARPA intervistato rispetto alla scelta di invitare ad una gara per un servizio consulenziale solo Enti di certificazione ha risposto: “Ho invitato loro perché sono certificati”. Semplice no?

Conclusioni

Il mondo delle certificazioni e delle verifiche ambientali è per la maggior parte composto da professionisti seri e capaci, che hanno portato questo settore ad un buon livello di credibilità complessiva.

Bisogna però riconoscere l’esistenza di alcune situazioni critiche, descritte nell’articolo, che debbono essere corrette in modo rapido ed efficace, vista l’altissima valenza che i temi ambientali ricoprono per l’opinione pubblica e le politiche europee.

La creazione dell’Ente di accreditamento unico, che troverà attuazione nel corso del 2009, è l’occasione per correggere queste distorsioni, al fine di dare al sistema di verifica in campo ambientale sempre maggiore credibilità.

Ciò a vantaggio del gran numero di aziende che operano nel rispetto delle regole cogenti ed adottano sistemi volontari e per garantire uno sviluppo più sostenibile del nostro paese.

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