L'affermazione che la produzione di energia da fonti rinnovabili non sia economicamente conveniente senza sussidi pubblici è da relegare tra le leggende metropolitane. Anche perché è vero il contrario: le fonti fossili non sono economicamente competitive senza i sussidi pubblici.
È quello che emerge da un recente studio pubblicato in vista del G20 che si apre domani ad Amburgo.
Nei paesi del G20 le fonti fossili ricevono 4 volte i sussidi riservati alle rinnovabili, un aiuto economico che droga la reale competitività economica nella produzione di energia a diverso contenuto di CO2.
Nei paesi del G20 il pubblico supporta le fonti fossili con 71,8 miliardi di dollari, contro i 18,7 riservati alle rinnovabili. I maggiori sostenitori delle fossili sono i giapponesi, che riservano 16,5 miliardi di dollari alle fossili e 6 volte meno alle rinnovabili. Tra i peggiori della classe anche l'Italia che supporta le fonti fossili con 2,1 miliardi di dollari e le rinnovabili con solo 123 milioni. I più virtuosi sono invece i tedeschi, con 3,5 miliardi di sussidi pubblici alle fossili e 2,4 miliardi alle rinnovabili.
La Cina, che sta iniziando ad attuare una politica di taglio delle fonti fossili registra ancora un divario enorme con 13,5 miliardi di dollari riservati a queste ultime e solo 85 milioni alle rinnovabili.
L'obbiettivo fissato nel 2016 dai G7 di arrivare entro il 2025 alla parità di sovvenzione per le due tipologie di fonti energetiche è stato rimesso in discussione quest'anno con l'arrivo di Trump alla presidenza USA.
Clicca qui per leggere l'articolo originale del The Guardian.




