Il tema dei cambiamenti climatici è destinato ad avere un’importanza sempre maggiore negli anni a venire sia per i cittadini, sia per l’impresa. Tra i nuovi strumenti che si affacciano a livello di mercato un ruolo centrale sembra destinato alla Carbon footprint, o impronta ecologica, di prodotto. In ambito ISO è in fase di definizione una nuova norma, la futura ISO 14067, in grado di guidare il sicuro sviluppo di questo strumento negli anni a venire.
L’attenzione verso i cambiamenti climatici nel nostro paese sembra variare nel tempo seguendo la fluttuazione delle temperature legata all’andamento delle stagioni.
Senza prendere in considerazione i casi estremi di testate che annunciano l’arrivo del “raffreddamento globale” alla prima importante nevicata invernale, questo tema finisce per essere trattato al pari di altri nel tritacarne mediatico, dimostrando l’incapacità del sistema informativo di affrontare con la necessaria attenzione la più importante sfida che l’umanità si sia mai trovata ad affrontare collegialmente.
Per questa ragione i temi climatici, dopo aver riempito le pagine di tutti i giornali durante la Conferenza UNFCCC dello scorso dicembre a Copenhagen (fig. 1), sono ora stati abbandonati all’oblio assoluto.
Ciò non significa però che il problema sia diventato meno critico. Anzi, l’incapacità dei politici di tutto il mondo di giungere ad un serio accordo nella capitale danese nonostante la continua crescita dei livelli di CO2 in atmosfera, dimostra tutti i limiti di un approccio top-down intenzionato a mutare i comportamenti e le tecnologie a disposizione dei cittadini attraverso accordi tra capi i stato e di governo e conseguenti imposizioni legislative.
Il Segretario esecutivo dell’UNEP (Programma ambientale delle Nazioni Unite) Achim Steiner ha evidenziato, in occasione della presentazione del IV Rapporto IPCC nel novembre del 2007 a Valencia, l’importanza di diffondere in modo comprensibile i contenuti scientifici del rapporto IPCC. Solo in questo modo, secondo Steiner, sarebbe stato possibile aumentare il livello di consapevolezza dei cittadini e mettere in moto l’indispensabile pressioni bottom-up verso la classe politica, indispensabile per la realizzazione di ogni accordo.
Per una soluzione che possa giungere dal “basso” le informazioni scientifiche debbono essere affiancate anche da strumenti pratici che possano essere utilizzate dai cittadini in modo tanto semplice quanto efficace.
È in questo contesto che viene a collocarsi la Carbon footprint di prodotto (CFP), o Impronta climatica.
La finalità è la quantificazione e comunicazione dell’impatto che un singolo prodotto ha in termine di emissioni di gas serra, generalmente indicate a livello internazionale con la sigla GHG. Alla base dello strumento vi è la ben nota metodologia LCA, o Analisi del ciclo di vita del prodotto, in accordo alle norme della serie ISO 14040. Sviluppare un LCA significa calcolare gli impatti di un prodotto in tutto il suo ciclo di vita, dall’estrazione della materia prima allo smaltimento finale, approccio che viene normalmente sintetizzato come “dalla culla alla tomba”.
Ne risulta uno spettro di varie tipologie di impatto ripartite per le diverse fasi di vita del prodotto. In questo modo è possibile mettere in evidenzia come un prodotto potrebbe, ad esempio, avere un grosso impatto sull’eutrofizzazione dell’acqua nella fase di produzione mentre il consumo di risorse non rinnovabili potrebbe essere legato principalmente alla fase di uso.
Tra le categorie di impatto vi è anche quella del riscaldamento globale per cui, di fatto, chi realizza un LCA ha già di ritorno il livello di impatto del suo prodotto sul cambiamento climatico.
Per questa ragione chi lavora da anni nel settore LCA non vede di buon occhio lo sviluppo di uno strumento che rappresenta una sorta di gemmazione di una singola categoria di impatto già presente nel LCA. La paura è che prendendo in considerazione il solo impatto sul riscaldamento globale del pianeta si possa arrivare a trascurare tutti gli altri impatti che un prodotto genera verso l’ambiente.
L’esempio spesso citato a sostegno di questa tesi è quello dell’energia generata da centrali nucleari. Qui i livelli di emissione di GHG nell’intero ciclo di vita sono minori di quelli generati nella produzione di energia attraverso l’uso di centrali tradizionali. Ciò non toglie però che gli impatti generati in altre fasi, quali lo smaltimento dei rifiuti radioattivi sono tanto grandi (e spesso addirittura difficilmente valutabili in modo attendibile) da mettere in seria discussione la scelta stessa di sposare una politica a favore del nucleare.
La CFP non può e non deve pertanto essere interpretata come la scappatoia rispetto alla valutazione dell’impatto assoluto di un prodotto.
Per contro, il livello di criticità del cambiamento climatico in questo specifico momento e per il futuro della storia dell’umanità fa si che si ponga uno speciale livello di attenzione alle emissioni di GHG e da qui nasce la necessità di dare un’autonoma visibilità alla categoria di impatto del riscaldamento globale.
L’importanza della posta in gioco e la previsione del grande sviluppo che questo strumento potrà avere in futuro ha spinto addirittura a lavorare verso una maggiore definizione dei requisiti necessari allo sviluppo di una CFP, dando così maggiore autonomia a questo strumento e creando i presupposti per la realizzazione di una normativa ad hoc in materia.
Come spesso è capitato in passato, il primo passo in questa direzione è stato compiuto dagli inglesi con la pubblicazione della PAS 2050 (Assessing the life cycle greenhouse gas emissions of goods and services) (fig. 2). Non si tratta di un vero e proprio standard, ma di un’insieme di specifiche (Public Available Specification) realizzate dall’ente di formazione BSI a seguito della richiesta trasmessa nel giugno del 2007 da DEFRA, l’agenzia ambientale del Regno Unito, e da Carbon Trust. Quest’ultima è un’azienda indipendente, parzialmente finanziata dalla stessa DEFRA, stabilita dal governo inglese per accelerare il passaggio verso un’economia a basso contenuto di carbonio.
La scelta a favore di una PAS invece che di un normale standard è stata probabilmente legata alla necessità di urgenza con cui produrre un documento di pronto utilizzo per il mercato, ulteriore segnale di quanto il tema del cambiamento climatico sia centrale nelle politiche e anche nell’attenzione del pubblico oltremanica.
Tra le motivazioni che hanno portato allo sviluppo della PAS 2050 si legge infatti la necessità di dare una risposta alle richieste di una vasta comunità e settore industriale per la realizzazione di una metodologia condivisa per la valutazione delle emissioni di GHG dal ciclo di vita dei prodotti e servizi.
Si trattava di dare una risposta al mercato interno, guardando però già alla possibile evoluzione internazionale dello strumento, tanto che recentemente è stata realizzata pure una versione in cinese della PAS 2050 e l’ambasciata inglese in Cina ha promosso un progetto pilota nel paese asiatico finalizzato alla realizzazione di uno schema nazionale di CFP.
L’urgenza era tale che a meno di un anno dalla richiesta iniziale di Carbon Trust e DEFRA la PAS 2050 era già pronta e disponibile gratuitamente nel sito del BSI (http://shop.bsigroup.com/en/Browse-by-Sector/Energy--Utilities/PAS-2050/).
Il mercato inglese ha risposto immediatamente con notevole interesse. La catena di grande distribuzione organizzata TESCO, ad esempio, ha dato via ad una serie di applicazioni della CFP su prodotti a proprio marchio, iniziando cosi ad applicare sulla loro confezione il caratteristico piede con indicato il valore complessivo di emissione di CO2 (fig. 3).
L’esperienza inglese è stata accompagnata in questi ultimi anni da molte altri iniziative nazionali che pongono particolare attenzione alle emissioni di CO2 legate alla vita dei prodotti.
In Francia, ad esempio, le prime versioni della legge Grenelle prevedevano entro un paio di anni l’ampia adozione della CFP per un gran numero di prodotti venduti in Francia.
L’obiettivo di introdurre in modo obbligatorio tale strumento in una così ampia fetta di mercato, ha fatto poi desistere il legislatore che ha optato per la sola promozione di progetti pilota in tale direzione. Si tratta probabilmente solo di una pausa di riflessione legata alla consapevolezza che si rende necessaria un periodo più lungo di preparazione del sistema paese, visto che con il testo finale della Grenelle è passato comunque l’obbligo di sviluppare inventari delle emissioni di GHG per i comuni sopra i 50.000 abitanti e le aziende con più di 500 dipendenti.
Parallelamente molti altri paesi sono partiti a sviluppare schemi nazionali di CFP, a volte con la dichiarazione degli specifici livelli di emissione, come nel caso di Giappone, Corea e Thailandia, ed altre puntando di più alla concessione del bollino di eccellenza per i prodotti con caratteristiche superiori, come il sistema Climatop vigente in Svizzera (fig. 4).
Desta molta attenzione anche il già citato esempio cinese che, nonostante una carenza massiccia di dati nazionali per lo sviluppo di studi LCA, dimostra la grande attenzione verso uno strumento di mercato ritenuto di estremo interesse per la lotta al cambiamento climatico.
Vi sono addirittura progetti internazionali di diffusione della logica del CFP, come quello svedese del SIDA che abbraccia i paesi dell’Africa settentrionale e del medio oriente, dal Marocco all’Iraq, e quelli dell’area centro occidentale dell’Africa.
L’iniziativa si è dimostrata estremamente puntuale dal momento che il mercato dei fiori del Kenya è andata in profonda crisi proprio per la chiusura di una buona fetta del mercato inglese, una volta emersa la grande impronta climatica dei fiori legata al trasporto aereo internazionale.
L’ampia variabilità di iniziative nazionali è stata anche lo stimolo verso il progetto di sviluppo in ambito ISO di una norma sul CFP applicabile e riconosciuta a livello internazionale.
Si tratta della futura ISO 14067 la cui pubblicazione è attesa per i primi mesi del 2012.
I tempi di sviluppo sono stati abbastanza lunghi, nonostante le molteplici dichiarazioni di urgenza che sostengono lo sviluppo della norma, proprio perché gli interessi in gioco in termini di mercato sono molto grandi e le diverse lobby, sia a livello geografico che settoriale cercano, di proteggere con determinazione i propri interessi in fase di definizione dei requisiti dello standard.
Inizialmente la ISO 14067 si è basata sulla PAS 2050, allora principale riferimento esistente in materia, ma poi il documento ha assunto un’evoluzione autonoma introducendo una serie di modifiche, capaci a loro volta di indurre un’ulteriore revisione della stessa PAS 2050.
Il testo della ISO 14067 è attualmente diviso in due blocchi autonomi, uno relativo alla quantificazione del CFP e l’altro agli aspetti di comunicazione. È possibile che prima della versione finale i due blocchi vengano accorpati, come chiedono molti paesi, capitanati dalla Svezia. Altri, Giappone in primis, hanno però il timore che ciò possa alterare il delicato equilibrio raggiunto nel testo esistente, con il rischio di allungare i tempi di sviluppo della norma o riaprire discussioni difficilmente risolte in precedenza.
All’attuale fase di sviluppo dello standard (CD1) restano ancora da sciogliere alcuni nodi importanti, anche se i margini di variabilità delle possibili soluzioni sono ormai ridotti.
Uno dei più importanti è legato al possibile uso delle PCR (Product Category Rules), sorta di specifiche aggiuntive per ogni tipologia di prodotto che dovrebbero essere presi a riferimento quali requisiti aggiuntivi.
È quello che accade già oggi per lo sviluppo delle dichiarazioni ambientali di prodotto (EPD) all’interno dello specifico schema svedese sviluppato dal SEMC ed ampiamente adottato anche a livello italiano. La scelta tra uso volontario o obbligatorio della PCR equivale a prediligere la flessibilità dello strumento nel primo caso e l’ affidabilità dei risultati anche in contesti diversi, nel secondo.
Altri punti ancora aperti nell’attuale fase di sviluppo della ISO 14067 riguardano quanto ed in che modo prendere in considerazione gli assorbimenti e le emissioni di CO2 legate alle biomasse (biogenic carbon storage and emissions) e le variazioni di emissioni di GHG che si possono avere mutando l’uso dei suoli (LULUCF) come avviene, ad esempio, quando si disbosca una foresta per dare spazio e pascoli o nuovi seminativi.
Sul fronte della comunicazione resta da stabilire la modalità con cui utilizzare specifiche etichette (label) e il tipo di informazioni che vi possono essere riportate. In questo caso, da una parte vi è chi valorizza l’importanza di comunicare un dato numerico direttamente nell’etichetta del prodotto, con la doppia finalità di rendere cosciente il consumatore del valore specifico di impronta climatica del prodotto e per sfruttare l’immagine dell’etichetta come elemento visivo di traino nel percorso di sensibilizzazione del consumatore rispetto all’importanza del cambiamento climatico.
Dall’altra vi è invece chi teme che ciò possa creare più danni che benefici, visto che il consumatore non è ritenuto in grado di valutare criticamente questi numeri e che la metodologia del LCA è caratterizzata da ha un’implicita incertezza, in funzione della qualità dei dati disponibili e delle assunzioni effettuate nella fase di analisi dei dati.
È interessante notare come a livello italiano, nonostante i problemi citati rispetto al livello di percezione del cambiamento climatico nel nostro paese, le aziende sembrano rispondere con grande attenzione, come si nota dalla partecipazione all’interno dello specifico gruppo ad hoc operante in ambito UNI.
Da segnalare anche che il prossimo incontro per lo sviluppo della ISO 14067 si terrà in gennaio 2011 proprio in Italia, presso il prestigioso International Centre for Theoretical Physics “Abdus Salam” di Trieste con la sponsorizzazione di un’importante gruppo della grande distribuzione organizzata.
Ancora molto resta da fare per definire i requisiti e promuovere l’adozione del CFP, ma
questo strumento sembra già in grado di ricavarsi un ruolo nell’avviare un ciclo virtuoso in grado di alimentare l’interesse per i prodotti a minor contenuto di carbonio.
Forse lo stesso Achim Steiner potrebbe riconoscere nel CFP il contributo nello stimolare il processo bottom-up necessario per spingere i politici di tutto il mondo in direzione di un nuovo ed ambizioso accordo internazionale sul clima.




