21 Marzo 2007 - angela.reggi

La conferenza di Nairobi dell’UNFCCC: fallimento o successo?

Dal 6 al 17 novembre 2006 si è svolta a Nairobi l’annuale conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). L’incontro, il dodicesimo appuntamento da quando è diventata operativa l’UNFCCC, è anche denominato COP12 (Conference of Parties). In realtà dal 2005 la sigla identificativa delle riunioni si è ulteriormente complicata con l’aggiunta di un acronimo (MOP) per evidenziare l’ulteriore valenza degli incontri ai fini dell’attuazione del Protocollo di Kyoto, noto documento recentemente entrato in vigore dopo un sofferto iter di approvazione internazionale.

È proprio l’essere il secondo incontro dopo l’avvio del percorso di attuazione del Protocollo di Kyoto che ha creato una così grande attenzione per i lavori del COP12/MOP2 tenuto lo scorso novembre a Nairobi.

Paesi/Organizzazioni

Partecipanti registrati

Parti

180

2344

Paesi osservatori

3

8

Totale

183

2352

Segretariato delle Nazioni Unite

18

141

Agenzie specializzate

11

98

Organizzazioni intergovernative

23

161

Organizzazioni non governative

246

2533

Totale

298

2933

Media

282

663

Totale

 

5924

Tab 1: Soggetti partecipanti al COP12/MOP2 di Nairobi (Fonte UNFCCC)

L’articolo 9 dello stesso Protocollo prevedeva infatti che nel corso del MOP2 avrebbe dovuto aver luogo un esame del documento che, sulla base delle migliori informazioni scientifiche disponibili e degli studi di valutazione sul cambiamento climatico, doveva portare ad intraprendere le nuove misure necessarie. In altri termini, gli estensori del Protocollo di Kyoto avevano correttamente ipotizzato che dopo due anni di raccolta, trasmissione ed analisi dei dati sulle emissioni di gas ad effetto serra (GHG) i Paesi che avevano ratificato il Protocollo avrebbero avuto una base di informazioni più attendibile e rappresentativa di quella utilizzata nel 1997 per definire i diversi impegni di riduzione della CO2 per il periodo 2008 – 2012. L’obiettivo ultimo era quello di dare ai Paesi industrializzati una continuità nel percorso di riduzione dei GHG anche per il successivo periodo di adattamento 2013-2017.

Quello che probabilmente nessuno si augurava nel 1997 era che il principale Paese emettitore al mondo di GHG, gli USA, sarebbe stato fuori dai giochi, non ratificando il Protocollo stesso. Per assurdo, è stata proprio l’assenza degli Stati Uniti nell’elaborazione delle decisioni sul dopo Kyoto la presenza più significativa di Nairobi. Come sarebbe stato possibile per gli altri Paesi sviluppati accollarsi ulteriori oneri di riduzione dei GHG per andare verso un’economia a basso contenuto di carbonio, con la prospettiva che gli USA avrebbero continuato con il loro approccio industriale e civile estremamente energivoro? A complicare la situazione ci si mettevano anche Canada e Giappone che, per varie ragioni iniziavano ad avanzare dei dubbi verso l’approccio volontario caratteristico di Kyoto. Il Protocollo si presentava così moribondo alla vigilia dei lavori di Nairobi, con fosche prospettive anche per le potenziali conseguenze sul clima mondiale.

Assume, quindi, un particolare significato la fermezza con cui l’Europa tutta, dal Commissario all’Ambiente Dimas ai vari ministri nazionali, ha ribadito la propria fiducia nel Protocollo di Kyoto. Basti pensare che il Ministro dell’Ambiente inglese, Milliband, ha ribadito la volontà europea di ridurre le emissioni di GHG del 30% entro il 2020 e del 60% entro il 2050, mentre quello tedesco, Gabriel, nel ribadire l’impegno europeo del 30% entro il 2020 ha manifestato per lo stesso periodo la volontà di riduzione della Germania pari al 40%.

L’Italia, con il Ministro Pecoraro Scanio, ha messo sul tavolo 8 milioni di € in quattro anni, a cui se ne sono aggiunti 24 da parte della Germania, per la creazione di un fondo finalizzato alla diffusione della produzione di energia da fonti rinnovabili nei Paesi in via di sviluppo.

È stato altresì creato un fondo di adattamento, finalizzato a combattere gli effetti che l’incremento dell’effetto serra stanno causando già oggi nel nostro pianeta.

Come nota a margine è da segnalare l’entrata della Bielorussia, non priva di qualche strascico polemico che non ci è possibile approfondire in questa breve analisi, tra i Paesi impegnati alla riduzione delle proprie emissioni entro il 2012, con una propria quota pari all’8%.

Paesi Annex B Protocollo di Kyoto

Obiettivi di riduzione (periodo 2008-2012) rispetto anno base 1990

Australia*

+8%

Bielorussia

-8%

Bulgaria

-8%

Canada

-6%

Croazia*

-5%

Estonia

-8%

Federazione Russa

0%

Giappone

-6%

Islanda

+10%

Lettonia

-8%

Liechtestein

-8%

Lituania

-8%

Monaco

-8%

Norvegia

+1%

Nuova Zelanda

0%

Polonia

-6%

Repubblica Ceca

-8%

Romania

-8%

Slovacchia

-8%

Slovenia

-8%

Svizzera

-8%

Ucraina

0%

Ungheria

-6%

Unione Europea

-8%

USA*

-7%

Tab 2: Obiettivi di riduzione per i Paesi industrializzati nel periodo 2008-2012. (Fonte: Protocollo do Kyoto)

*Paesi che non hanno aderito al Protocollo di Kyoto

Paese UE

% di riduzione

Austria

-13%

Belgio

-7,5 %

Bielorussia

-8%

Danimarca

-21%

Finlandia

0%

Francia

0%

Germania

-21%

Grecia

+25%

Irlanda

+13%

Italia

-6,5%

Lussemburgo

-28%

Olanda

-6%

Portogallo

+27%

Regno Unito e Irlanda del Nord

-12,5%

Spagna

+15%

Svezia

+4%

Tab 3: Ripartizione degli impegni di riduzione delle emissioni di GHG al livello europeo nel periodo 2008-2012. (Fonte: UE)

È però introno alla revisione dell’articolo 9 che si dividono i commentatori in merito all’ipotetico fallimento della Conferenza di Nairobi. I più critici pretendevano che già in questa sede si desse il via al percorso di negoziazione delle ulteriori riduzioni per il periodo 2013-2017, anche per paura che si potesse creare un deleterio periodo di discontinuità nel 2012.

Vi sono però due importanti elementi che, pur esterni ai lavori di Nairobi, non possono essere tralasciati. Da una parte, la recente vittoria dei Democratici negli USA che hanno dichiarato di mettere tra i primi punti in agenda del 2007 la lotta ai cambiamenti climatici e, dall’altra, la pubblicazione il 2 febbraio dello stesso anno dell’atteso IV Rapporto dell’IPCC, il più completo ed attendibile studio sui cambiamenti climatici a livello mondiale. Questi due elementi, il primo formalmente taciuto dalle diplomazie internazionali ed il secondo citato nelle conclusioni dei lavori, hanno portato a prendere una decisione provvisoria. Si è attuata una revisione dell’articolo 9 che sostanzialmente rimanda al COP13/MOP3, che si terrà nel 2007, il percorso formale di revisione degli impegni. In aggiunta è stato deciso che nel 2008 avranno avvio anche la contrattazione degli impegni a carico dei Paesi in via di sviluppo, soggetti che stanno ormai assumendo un ruolo critico nella contribuzione alle emissioni globali di GHG.

Le conclusioni del vertice di Nairobi non sono sicuramente caratterizzate da uno slancio di tutti i Paesi verso la riduzione dei GHG, ma si tingono di un estremo pragmatismo e riconoscono unanimemente il Protocollo di Kyoto come l’unico possibile strumento per combattere le emissioni di GHG a livello mondiale.

Ciò non toglie che il percorso di riduzione dei GHG continui a restare difficile e delicato. Basti pensare allo scontro avuto anche in Europa tra i dicasteri dell’Ambiente e quelli dello Sviluppo o dell’Industria che hanno portato nel gennaio del 2007 a ridurre l’impegno dei riduzione europeo delle emissioni di GHG entro il 2020 al 20%, dopo che a Nairobi era stato dichiarato il 30%. Ma questa è una ulteriore storia che offre spunti per altre riflessioni e approfondimenti!

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