17 Dicembre 2018 - angela.reggi
L’esito della COP24 a Katowice: ciò che era possibile, non ciò che è necessario.
Si è chiusa domenica notte, con un giorno e mezzo di ritardo rispetto al programma, la COP 24 di Katowice, Polonia.
Obiettivo principale dell’incontro era stabilire le regole per rendere operativo l’Accordo di Parigi e avviare il percorso per rafforzare gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 a livello globale, soprattutto a seguito del recente rapporto dell’IPCC su 1,5 °C.
Le premesse politiche della vigilia non erano delle migliori, vista la nota opposizione del Presidente Trump all’Accordo di Parigi a cui si è recentemente affiancato il nuovo premier australiano, protagonista di un cambio di governo che ha dichiaratamente sconfessato le politiche climatiche sottoscritte dal precedente governo, e il neo eletto Presidente Bolsonaro in Brasile.
A questo si aggiunga che la COP era ospitata dalla Polonia (per la terza volta in undici anni, caso più unico che raro), paese simbolo della dipendenza dal carbone all’interno della Ue.
E’ da notare che non era solo il quadro politico internazionale a rendere pesante l’aria all’interno dell’arena sportiva Spodek, sede della COP 24. L’aria era anche letteralmente pesante in tutta Katowice per i massicci residui della combustione del carbone, nonostante la decisione dell’amministrazione locale di alleggerire il traffico in città tenendo chiuse numerose scuole e aziende. Oltre a far segnare valori molto alti di polveri sottili e provocare tossi in molte persone, tali emissioni ammorbavano l’aria di un odore pesante, tanto da farci immaginare un salto all’indietro nel tempo nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, tutto l’opposto di quel mondo futuro che proprio la COP vorrebbe proiettare all’esterno.
Gli USA hanno deciso di sfoderare subito le spade contro il negoziato opponendosi, in compagnia di Russia e Arabia Saudita, a dare formalmente il “benvenuto” al Rapporto 1,5 °C dell’IPCC all’interno dei documenti negoziali. La richiesta di utilizzare dei termini più neutri e morbidi potrebbe sembrare un formalismo per chi osserva dall’esterno questo sempre più complicato e intricato processo negoziale, ma è stata una vera e propria dichiarazione di guerra verso le altre delegazioni.
La COP 24 ha vissuto così per due settimana la chiara volontà di mettere in crisi il processo multilaterale e non è un caso che in uno degli interventi di chiusura della COP proprio il capo delegazione cinese abbia voluto sottolineare, inviando implicitamente un messaggio agli USA, come il processo multilaterale sia uscito rafforzato da Katowice, non dando spazio ad altre ipotetiche soluzioni alternative. O in altre parole, come ha sottolineato Pulgar Vidal, Presidente di WWF International, l’Accordo di Parigi ha in questa occasione dimostrato di essere resiliente.
In termini di risultati concreti la COP ha prodotto buona parte delle regole tecniche per rendere operativo l’Accordo di Parigi, incluse quelle sulla trasparenza che hanno visto l’importante disponibilità proprio della Cina, in chiusura del negoziato. Fanno eccezione gli strumenti di mercato (l’articolo 6 dell’Accordo), qualcosa di simile al vecchio CDM, che richiederà un ulteriore discussione nei prossimi incontri.
Missione, quindi, (quasi) compiuta in merito alle regole dell’Accordo di Parigi.
Ma c’è poco da cantare vittoria perché, come ha fatto notare anche Climate Justice Now, bisogna prendere atto del sempre maggiore distacco tra chi prende parte al processo negoziale, chiamato spesso a difendere gli interessi nazionali prima che a risolvere il problema globale, e il mondo reale che osserva tutto questo, con un certo distacco, dall’esterno.
E’ per questo che alla chiusura della COP 24 è stato festeggiato con grande entusiasmo il libro delle regole e, pur senza dichiararlo in modo esplicito, di essere riusciti a salvare il processo negoziale multilaterale, mentre le ONG e la società civile lamenta l’incapacità di aver inciso fattivamente all’inversione della rotta delle emissioni globali.
Gli attuali impegni di Parigi ci porteranno a fine secolo a un aumento di temperatura di oltre 3 °C. Gli scienziati ci avvisano che abbiamo solo 12 anni per invertire la rotta, con l’obiettivo di circa dimezzare le emissioni globali entro il 2030, ma il 2017 e il 2018, dopo 3 anni di stasi, hanno fatto segnare un nuovo incremento, anziché riduzione delle emissioni.
Un allarme simile arriva anche dal Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres: “Da adesso le mie cinque priorità sono: ambizione, ambizione, ambizione, ambizione e ambizione. Ambizione nella mitigazione. Ambizione nell’adattamento. Ambizione nella finanza. Ambizione nella cooperazione tecnica e nel capacity building. Ambizione nell’innovazione tecnologica.”
Anche per questo ha convocato per il prossimo settembre un incontro a New York, dove raccogliere i nuovi impegni dei Paesi al fine di rafforzare nella sostanza la portata dell’Accordo di Parigi.
Difficile al momento immaginare che si potranno in quell’occasione portare davvero sul tavolo impegni tali da invertire a breve le emissioni globali, a meno che non si metta davvero in moto la società civile per chiedere dal basso un serio cambio di direzione ai propri governi.
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