17 Aprile 2014 - angela.reggi

LA STAMPA – Protocollo di Kyoto, flop Italia. Mancati gli obiettivi sulla CO2

L’Ispra nell’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012 certifica il fallimento del nostro paese sugli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6%.

Il tempo delle stime e dei rapporti preventivi è ormai passato. L’Ispra ha messo oggi la parola definitiva sugli obiettivi del Protocollo di Kyoto, sottoscritti dall’Italia nel lontano 1997, presentando l’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012. E, purtroppo, si tratta di un fallimento. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6%.

Il dato sarà validato ufficialmente dall’UNFCCC, il tavolo ONU dedicato al cambiamento climatico, solo a settembre. Per Marina Vitullo, responsabile della parte dell’inventario relativo alle foreste, “c’è ancora la possibilità che il numero finale possa subire delle piccole modifiche a causa di alcune peculiarità specifiche del settore forestale, che prevedono una specifica verifica da parte dell’UNFCCC”. È difficile però che il nostro deficit delle emissioni si discosti molto dalle 16,9 milioni di tonnellate di CO2 di cui risultiamo oggi deficitari e che dovremo acquistare sul mercato. Si tratta di un vero e proprio debito economico di cui siamo responsabili perché, come ricorda Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra che ha redatto l’inventario, “dal 2011 esiste una legge che obbliga a riportare nel DEF anche questo bilancio di CO2”. La monetizzazione del nostro debito di CO2 è ipotizzata da Riccardo De Lauretis del gruppo di Gaudioso. “La quotazione di mercato della tonnellata di CO2 è variata ultimamente tra gli 0,25 e i 4 euro a tonnellata e mediamente si attesta su circa 1 euro”. Dobbiamo quindi mettere a budget per il pianeta circa 17 milioni di euro per il nostro eccesso di emissioni.

Vi è un aspetto particolare tra i sottoscrittori del Protocollo, specifico per i soli paesi Ue, e destinato a fare discutere i tecnici del settore. Tra le attività e le passività del bilancio emissivo di CO2 entrano in gioco quelle gestite nel sistema di scambio delle emissioni delle industrie, l’Emission trading europeo. Nel caso italiano lo strano mix di crisi economica, aumento dell’efficienza energetica in alcuni impianti e quote di CO2 assegnate in eccesso in altri ha di fatto trasferito un credito di circa 42 Mt di CO2 dal sistema paese alle aziende ETS, quantità che sarebbe stata sufficiente a raggiungere l’obiettivo mancato.

Altro aspetto interessante dell’analisi delle performance italiane degli ultimi 5 anni è l’incidenza della crisi economica sulla riduzione delle emissioni, pari addirittura al 75-80%, secondo De Lauretis, di tale riduzione. Una rapida occhiata alle fonti di emissione e ai gas più significativi. “Le emissioni nazionali sono per più del 50% attribuibili alla produzione di energia e ai trasporti, uno dei pochi settori ancora in crescita rispetto al 1990”, secondo Daniela Romano di Ispra. “Se invece consideriamo i singoli gas è da registrare l’aumento di quasi il 250% dei gas fluorurati, usati nei sistemi di condizionamento, ma anche nel settore farmaceutico”.

Segnali positivi si registrano invece in molti settori. A partire dal settore chimico, dove nuove tecnologie in alcuni processi ha portato alla riduzione del 96,5% delle emissioni del gas N2O o nel settore agricolo, dove la riduzione del numero di bovini allevati va a sommarsi con il minor uso di fertilizzanti azotati e all’incremento dello sfruttamento delle deiezioni animali per produrre biogas.

Sul fronte energetico alle riduzioni avviate nel 2003 grazie al cambio di mix di combustibili, si sono poi venute e sommare quelle più significative avute recentemente con la diffusione della produzione da fonti rinnovabili. Interessante notare come ciò abbia portato a un significativo disaccoppiamento negli ultimi anni del PIL dalle emissioni di CO2, la base per lo sviluppo di un’economia a basso contenuto di carbonio.

Secondo Andrea Barbabella, di Fondazione Sviluppo Sostenibile, il mantenimento del trend avviato è già sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni nazionali del 40% entro il 2030. Stella Bianchi, Commissione Ambiente della Camera per il PD, ritiene invece che sia necessario fare molto di più, per arrivare all’ambizioso ma necessario obiettivo di zero emissioni entro il 2050. “Bisogna spingere ancora di più con le fonti rinnovabili. Non attraverso l’incentivazione del fotovoltaico ma, come già avviene in Germania, dei sistemi di accumulo di energia o con l’adeguamento della rete. Come segnale positivo in tal senso dovrebbe essere vista la recente nomina di Starace alla guida di ENEl, considerata la precedente esperienza in ENEL Green Power e la sua piena consapevolezza di quanto le rinnovabili rappresentino prima di tutto un affare per il paese.”

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