30 Novembre 2004 - angela.reggi

La sostenibilità entra in borsa

È ormai da diversi anni che si sente parlare dell’importanza di introdurre la variabile ambientale tra quelle competitive che contraddistinguono un mercato sempre più aperto ed in rapida evoluzione.

Tale visione non rappresenta una teorizzazione di concetti lontani dalla realtà produttiva, ma un concreto percorso che è già entrato nella logica di molti imprenditori.

Senza considerare l’attenzione che oggi le aziende rivolgono alla comunicazione ed alla gestione della loro immagine ambientale, al fine di mantenere buoni rapporti con i soggetti esterni e di soddisfare le esigenze degli azionisti, esistono delle attività che sono ormai entrate nella mentalità degli imprenditori più attenti e sono facilmente monetizzabili. Oltre alla diffusione esponenziale dei Sistemi di Gestione Ambientale (ISO 14001 ed EMAS), oggigiorno è abbastanza raro assistere ad un’operazione di compravendita di un sito industriale di media complessità senza un audit di valutazione delle passività ambientali (si pensi, ad esempio, alla contaminazione di suoli) a difesa dell’investimento della futura proprietà.

Anche i governi nazionali stanno iniziando a maturare una diversa visione su come interpretare i propri conti economici ed il loro reale livello di sviluppo, senza mascherare alcuni costi importanti nei bilanci correnti semplicemente trasferendoli alle generazioni future. Recentemente la Cina, che spende annualmente circa 130 miliardi di dollari per problematiche legate all’inquinamento o connesse con una cattiva gestione dell’ambiente, ha deciso di realizzare un proprio “PIL verde” proprio per avere una trasparente visione del precorso di sviluppo intrapreso.

Ritornando al mondo imprenditoriale, il mercato finanziario ha già introdotto degli strumenti finalizzati a valutare il valore complessivo delle aziende, l’affidabilità delle loro politiche nel tempo e quindi il loro probabile successo futuro, in un’ottica di etica produttiva. Nel 1999 è stato creato il Dow Jones Sustainability Index (DJSI), un indice internazionale in grado di esprimere il valore di un’azienda nella sua globalità, associando ai classici parametri economici di capitalizzazione anche quelli ambientali e sociali.

Il DJSI è stato promosso dall’americana Dow Jones e dalla svizzera Sam (Sustainability Asset Management) che misura il grado di responsabilità sociale delle imprese e che consente la valutazione delle Aziende sulla base della loro capacità di gestione delle problematiche ambientali, dei diritti umani, della corporate governance, della salute o della tutela dei propri lavoratori. Le Dimensioni su cui viene valutata un’azienda per rientrare in questi indici sono tre ed equipollenti: Economica, Ambientale e Sociale (fig. 1).

La valutazione, all’interno di ogni Dimensione, è basata su criteri “generali”, comuni a tutte le tipologie di aziende e “specifici”, legati invece al settore produttivo di appartenenza.

In particolare i criteri ambientali sono articolati in:

  • Gestione ambientale;
  • Performance ambientale;
  • Public reporting (ad es. Rapporto Ambientale, Dichiarazione Ambientale EMAS, Rendiconto Ambientale, Bilancio Sociale Ambientale);
  • Pianificazione strategica.

A fine agosto del 2004 le Società presenti nel DJSI erano 312, provenienti da 24 Paesi. La maggiore presenza è dovuta alle aziende europee (49%), seguite dalle statunitensi (21%), da quelle giapponesi (11%) e da un insieme di altre Nazioni che complessivamente coprono il 18% del totale (fig. 2). In realtà , come spesso accade, l’Italia non spicca per particolare sensibilità ambientale, figurando tra gli ultimi posti della graduatoria europea (fig. 3).

Le aziende italiane che attualmente aderiscono all’indice sono: Banca Fideuram, Banca Monte dei Paschi di Siena, Enel, Ras, Telecom Italia, STMicroelectronics e Unicredito Italiano. Non ne fanno più parte, invece, da quest’anno: Società Autostrade, Pirelli e Seat Pagine Gialle.

Il DJSI rappresenta l’espressione più diretta della borsa di Wall Street e ciò lo pone al centro della scena anche della finanza internazionale socially responsible.

Nonostante le diverse critiche mosse ai vari indici sui tecnicismi adottati per l’attribuzione dei pesi ai diversi criteri, l’esistenza di un indice sostenibile borsistico di successo, quale il DJSI, è forse il più palese segnale che l’ambiente è già entrato a pieno titolo tra le diverse variabili competitive di mercato e che un’azienda che non voglia comprendere la “rivoluzione verde” in atto faticherà ad assumere un ruolo di leadership nel cosiddetto mercato globale.

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